Nel mondo del grappling, esiste una linea sottile tra l'agonismo e l'intento di causare danni permanenti. Recentemente, un video virale ha mostrato un atleta sollevare l'avversario e proiettarlo intenzionalmente sulla testa (una manovra nota come spiking).
Tom DeBlass, leggenda del BJJ, è intervenuto duramente sulla questione, aprendo un dibattito necessario.
Il commento di DeBlass non lascia spazio a interpretazioni:
"Qual è il tuo intento con un gesto del genere, se non quello di ferire permanentemente qualcuno o paralizzarlo? È folle. Non c'è spazio per questo nelle nostre arti marziali."
Per DeBlass, manovre del genere sono l'antitesi del Jiu-Jitsu. Ma il problema non riguarda solo il momento della gara; riguarda la mentalità che l'atleta porta sul tatami.
Un concetto fondamentale che dobbiamo comprendere come community è che nessun atleta manifesta istinti lesivi per la prima volta durante un torneo.
Certe inclinazioni, che nei casi più gravi sfociano in veri e propri tratti psicopatici — come la totale mancanza di empatia per l'integrità fisica altrui — si manifestano durante lo sparringin palestra. Chi "chiude" i colpi con cattiveria inutile, chi non molla le sottomissioni al battito dell'avversario o chi cerca di proiettare senza controllo i compagni, sta già inviando dei segnali chiari.
Qui entra in gioco la figura del Maestro. Il monitoraggio non deve limitarsi alla tecnica, ma deve estendersi alla psicologia dell'atleta.
Un coach deve saper riconoscere chi usa la forza per "punire" o dominare in modo sadico.
Se un allievo mostra comportamenti pericolosi in accademia, il dovere del Maestro è correggerlo o, nei casi irrecuperabili, allontanarlo.
Non si può premiare solo il risultato sportivo ignorando l'etica. Un atleta tecnicamente forte ma umanamente pericoloso è un fallimento per l'accademia.
DeBlass avverte: quando competi, devi essere consapevole che potresti trovarti di fronte a persone con questa mentalità distorta. Tuttavia, è responsabilità di tutto il sistema — federazioni, arbitri e soprattutto coach — assicurarsi che questi soggetti vengano filtrati prima che possano fare danni irreparabili.
Lo spiking non è Jiu-Jitsu, è un' atto criminale. E la lotta contro questa violenza gratuita inizia tra le mura della palestra, sotto l'occhio vigile di chi guida la classe.
Serve tolleranza zero verso questi atleti e verso quei maestri che portano in gara atleti dai tratti psicopatici.
Il tuo Maestro monitora l'attitudine psicologica degli allievi o si limita a spiegare le tecniche? Credi che le palestre facciano abbastanza per allontanare chi ha un'attitudine pericolosa?


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