domenica 18 ottobre 2026

Maghi, banchieri e lottatori. Una recensione con qualche precisazione storica



"Maghi, banchieri e lottatori", di Mario Puccioni, è un libro di 149 pagine che ripercorre la storia del BJJ dalle origini fino ai giorni nostri. Un’opera pregevole e ben scritta, che riporta le più recenti acquisizioni storiografiche sull’argomento, attingendo soprattutto a fonti e autori di lingua portoghese, ben conosciuti da chi si interessa alla storia del Brazilian Jiu-Jitsu.

Ci sono tre aspetti sui quali vorrei soffermarmi.

1. Fusen-ryū e specializzazione nella lotta a terra

Puccioni attribuisce allo stile Fusen-ryū una specializzazione nel ne-waza che non è adeguatamente documentata. Ciò che sappiamo con maggiore certezza è che Mataemon Tanabe, maestro di Fusen-ryū, fosse un esperto di lotta a terra, così come altri praticanti di jujutsu dei primi del Novecento.

Nel libro non viene citato il dōjō Handa, che fu una fucina di lottatori esperti nelle tecniche di combattimento a terra. È quindi plausibile che gli scontri tra i judoka del Kōdōkan e i praticanti di altri ryū di jujutsu abbiano contribuito alla formazione di specialisti nel ne-waza. Più che immaginare un intero stile, il Fusen-ryū, contrapposto al Kōdōkan proprio in virtù della sua specializzazione nella lotta a terra, sarebbe forse opportuno considerare un quadro storico più articolato, nel quale diversi praticanti svilupparono competenze specifiche attraverso il confronto diretto.

2. I Gracie, la massoneria e la politica

Puccioni sottolinea i legami tra la famiglia Gracie e la massoneria, ma accenna soltanto di sfuggita all’adesione di Hélio Gracie a una formazione politica di estrema destra. Un aspetto che, se si intende ricostruire il contesto storico e ideologico nel quale si mossero alcuni protagonisti del BJJ, meriterebbe forse un approfondimento maggiore.

3. I pit boys e l’immagine pubblica del BJJ

Il libro non affronta il fenomeno dei pit boys, che ebbe una certa importanza nel diffondere un’immagine negativa dei praticanti e dello stesso Brazilian Jiu-Jitsu. Si tratta di un capitolo interessante, perché riguarda non soltanto l’evoluzione della disciplina, ma anche il modo in cui il BJJ venne percepito dall’opinione pubblica, soprattutto in Brasile.

C’è poi un aspetto sul quale vorrei soffermarmi più a lungo. Puccioni ribadisce più volte che uno degli obiettivi del suo lavoro è demistificare la mitologia costruita intorno alla famiglia Gracie. Un intento condivisibile. Tuttavia, quando passa a raccontare sé stesso e il periodo pionieristico del BJJ in Italia, di cui è stato protagonista, lo storico sembra talvolta lasciare un po’ di spazio al romanziere.

Avendo vissuto quello stesso periodo e avendo conosciuto alcuni dei protagonisti agli albori della disciplina, vorrei fare qualche precisazione, per amore della verità storica e senza alcuna intenzione di togliere meriti a nessuno.

A Roma, dove Puccioni racconta di aver iniziato a praticare, la palestra viene descritta come un sottoscala sotterraneo, abusivo e dotato di un tatami consumato, nel quale ogni giorno si svolgeva una sorta di vale tudo.

Nella ricostruzione, però, viene omesso un particolare: il suo primo maestro fu Federico Tisi, il cui nome, se non mi è sfuggito, non compare nel libro.

Anch’io ho frequentato quella palestra, sebbene con minore assiduità rispetto a Puccioni. Posso confermare che si trovava effettivamente in un locale ricavato al piano seminterrato, abusivo, se vogliamo, nel senso architettonico del termine. Ma aveva un ottimo tatami, rivestito in PVC, pareti imbottite e si trovava in una zona centrale, a due passi dal Vaticano.

Quanto al vale tudo quotidiano, personalmente non ne ho mai visto uno. Ricordo normali lezioni di BJJ sportivo con il gi, in un ambiente borghese tranquillo, frequentato da giovani e meno giovani. Evidentemente il sottoscala doveva trasformarsi in un’arena clandestina non appena uscivo dalla porta.

Un’altra precisazione riguarda Firenze. Puccioni scrive che nel 2003 fosse l’unico a praticare BJJ in città. È possibile che la situazione fosse effettivamente questa, ma, per completezza storica, avrebbe potuto citare Roberto Galardi, che era passato dal judo al BJJ e al vale tudo. Lo conobbi a Roma nel 2000 e mi allenai con lui al Budokan, una palestra del centro dove, in seguito, Puccioni avrebbe aperto il proprio corso.

Detto questo, consiglio a tutti i miei follower di acquistare il libro, se interessati alla storia del BJJ. Perché, al di là delle osservazioni e delle precisazioni che ho ritenuto opportuno fare, conoscere la storia significa andare oltre le versioni di comodo e le ricostruzioni interessate.

Non accontentatevi, dunque, della narrazione agiografica e mitologica ad usum delphini che la famiglia Gracie ha costruito e affinato con notevole abilità nell’arco di oltre un secolo. La storia del BJJ è ben più interessante dei suoi miti fondativi e, soprattutto, non ha bisogno di eroi infallibili: ha bisogno di documenti, spirito critico e studiosi disposti a distinguere i fatti dalla leggenda.

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