giovedì 5 novembre 2026

Bjj Pro Cup quando il Brazilian Jiu-Jitsu arrivò dal futuro


Sessantamila euro di montepremi, i più grandi campioni del pianeta, Rickson Gracie sugli spalti e un palazzetto di Biella trasformato, per tre giorni, nella capitale mondiale del Brazilian Jiu-Jitsu. Dietro un'impresa che sembrava impossibile c'era un maestro italiano, poco conosciuto in patria ma stimato all'estero. Un organizzatore capace di tirare fuori dal cilindro un evento straordinario, senza clamore, senza campagne social e senza bisogno di mettersi sotto i riflettori. Poi, quasi come era apparso, tornò nell'ombra.

Ci sono eventi sportivi che passano, altri che lasciano un segno. E poi ci sono quelli che, riguardati a distanza di anni, sembrano appartenere a un'epoca diversa, quasi fossero arrivati troppo presto per essere compresi fino in fondo.

La Brazilian Jiu-Jitsu Professional Cup, andata in scena a Biella il 13, 14 e 15 maggio 2011, appartiene decisamente a quest'ultima categoria.

Oggi siamo abituati a vedere grandi tornei internazionali, campioni sponsorizzati, montepremi importanti, dirette streaming, organizzazioni professionistiche e atleti che costruiscono la propria immagine attraverso i social network. Ma nel 2011 il panorama italiano del Brazilian Jiu-Jitsu era completamente diverso. La disciplina muoveva ancora i primi passi, le competizioni erano prevalentemente di carattere amatoriale e immaginare di portare in Italia i più grandi interpreti mondiali della specialità, mettendo sul tavolo un montepremi da 60.000 euro, sembrava un progetto fuori da ogni logica. Eppure qualcuno ci riuscì.

Quel qualcuno fu un maestro italiano, Mario Villella, un nome che nel nostro Paese non godeva certamente della notorietà che avrebbe meritato, ma che negli ambienti internazionali del Jiu-Jitsu era conosciuto e apprezzato. Un personaggio lontano anni luce dall'attuale modello del maestro-influencer, niente sovraesposizione mediatica, niente strategie di comunicazione personale, niente ricerca spasmodica di visibilità.



Un uomo della old school, di quelli che preferiscono lavorare dietro le quinte piuttosto che raccontare continuamente quello che fanno. Uno che, anziché annunciare grandi progetti, decise semplicemente di realizzarne uno. E lo fece in grande stile.

Un autentico terremoto per il Jiu-Jitsu italiano. Per tre giorni il Lauretana Forum di Biella ospitò una manifestazione che aveva ben poco da invidiare agli appuntamenti internazionali più prestigiosi. Il progetto, sviluppato con la collaborazione di personalità come Carlson Gracie Jr., Ari Galo e Adriano Zylberberg, riuscì a riunire alcuni dei nomi più importanti del Brazilian Jiu-Jitsu mondiale.

Non si trattava di una semplice gara con qualche atleta straniero di richiamo. Sul tatami biellese arrivò una concentrazione di campioni che, per il movimento italiano dell'epoca, aveva qualcosa di incredibile.

C'erano Kron Gracie, figlio del leggendario Rickson, Bernardo Faria, Rômulo Barral, Gilbert «Durinho» Burns, Yan Cabral, Rafael Abi Rhian, Wellington «Megaton», Eduardo Pessoa, Chico Mendes e tanti altri protagonisti della scena internazionale.

E come se non bastasse, sugli spalti c'era anche lui: Rickson Gracie. La presenza di una figura leggendaria come Rickson, arrivato per accompagnare e sostenere il figlio Kron, contribuì a rendere l'appuntamento ancora più speciale. Per chi conosceva la storia del Jiu-Jitsu brasiliano, poter assistere a una manifestazione di quel livello e ritrovarsi a pochi metri da una delle icone assolute della disciplina era un'occasione difficilmente ripetibile.

Ma il vero elemento di rottura era un altro: il montepremi. Sessantamila euro di montepremi complessivo. Una cifra enorme per il BJJ italiano di allora, soprattutto considerando che si parlava di una disciplina ancora lontana dalla popolarità che avrebbe raggiunto negli anni successivi.

La Professional Cup non voleva soltanto assegnare medaglie e titoli. Voleva dimostrare che il Jiu-Jitsu poteva diventare uno sport professionistico, capace di attrarre i migliori atleti del mondo attraverso premi economici adeguati al loro valore.

Un'intuizione che oggi appare quasi scontata, ma che nel 2011 aveva il sapore di una scommessa visionaria. Il livello tecnico della manifestazione fu all'altezza delle aspettative.

Tra gli incontri più attesi ci fu il Super Fight tra Kron Gracie e Yan Cabral, vinto da Kron, che successivamente affrontò Gilbert «Durinho» Burns nella finale dell'Absolute Light.

Il confronto tra i due rappresentava uno degli appuntamenti più interessanti della manifestazione. Da una parte il Jiu-Jitsu fortemente orientato alle sottomissioni di Kron, dall'altra l'atletismo e la capacità di transizione di un giovane Burns già destinato a diventare uno dei grandi protagonisti degli sport da combattimento internazionali. A spuntarla fu Kron Gracie, che conquistò anche una borsa di 4.000 euro.


Ancora più movimentata fu la finale dell'Absolute Heavy tra Bernardo Faria e Rômulo Barral, due autentici fuoriclasse della categoria. L'incontro entrò nella storia della manifestazione soprattutto per un episodio destinato a far discutere.

Durante il combattimento, Barral riuscì a chiudere una leva al ginocchio sull'avversario. Faria emise un grido, interpretato da Barral come una resa vocale. Convinto di aver ottenuto la vittoria, il brasiliano allentò la presa. Faria, tuttavia, contestò immediatamente l'interpretazione dell'episodio, sostenendo di non essersi arreso e sollevando anche dubbi sulla regolarità della tecnica.

La situazione degenerò in una discussione sul tatami. Barral, visibilmente contrariato, si allontanò dall'area di gara e venne successivamente richiamato dall'arbitro. Dopo il consulto tra i responsabili arbitrali, la vittoria venne assegnata a Bernardo Faria. Un finale controverso, certamente, ma anche la dimostrazione di quanto fosse alta la posta in palio in quella competizione.

Eppure, nonostante il prestigio degli atleti, la presenza di Rickson Gracie e un montepremi che avrebbe fatto gola a moltissimi professionisti, il Lauretana Forum non registrò il tutto esaurito.

Un'immagine che, a distanza di anni, può sembrare paradossale: alcuni dei più grandi campioni del mondo si esibivano in Italia, ma il pubblico non rispondeva ancora con numeri adeguati alla portata dell'evento. La spiegazione, probabilmente, è semplice. Il Brazilian Jiu-Jitsu italiano non era ancora pronto.

Mancavano una cultura sportiva sufficientemente diffusa, una rete capillare di praticanti, una comunicazione capace di raggiungere il grande pubblico e soprattutto quella consapevolezza del valore agonistico e spettacolare della disciplina che sarebbe maturata soltanto negli anni successivi.

La Professional Cup si trovò quindi davanti a un problema tipico delle intuizioni troppo anticipate: aveva costruito un prodotto sportivo di livello internazionale in un mercato che non aveva ancora gli strumenti per sostenerlo. Questo non toglie nulla al valore dell'impresa. Semmai, lo rende ancora più evidente.

Perché organizzare un evento importante quando esistono già un pubblico, un mercato e un movimento consolidato è una cosa. Farlo quando tutto questo ancora non esiste è un'altra.

Ed è qui che ritorna la figura di Mario Villella. Al di là dei risultati sportivi, delle polemiche arbitrali e delle cifre del montepremi, la vera particolarità della Professional Cup fu probabilmente proprio il suo artefice.

In un'epoca in cui la notorietà personale non era ancora diventata una componente quasi obbligatoria del mestiere di insegnante e organizzatore, Villella rappresentava un modo diverso di vivere il Bjj.

Un maestro della vecchia scuola, poco incline all'apparire, che aveva costruito relazioni e credibilità anche al di fuori dei confini nazionali. Non il personaggio che cerca continuamente una ribalta, ma l'organizzatore che lavora, mette insieme le persone giuste, trova le risorse e prova a realizzare qualcosa che altri considererebbero semplicemente irrealizzabile.

Perché, a pensarci bene, nel 2011 portare a Biella Rickson Gracie, Kron Gracie, Bernardo Faria, Rômulo Barral e una simile concentrazione di campioni, accompagnandoli con un montepremi di 60.000 euro, non era un'operazione ordinaria. Era un'impresa organizzativa ed economica di notevole portata. E soprattutto era un'impresa che non aveva bisogno di essere continuamente raccontata dal suo protagonista.

Poi, quasi improvvisamente, dopo aver realizzato quello che sembrava un progetto destinato a cambiare il panorama del BJJ europeo, l'organizzatore tornò a una dimensione di sostanziale anonimato pubblico.

Nessuna trasformazione in personaggio mediatico, nessuna incessante celebrazione dell'impresa, nessuna presenza quotidiana sui social a ricordare al mondo quello che era stato fatto.

La manifestazione rimase lì, nella memoria di chi aveva partecipato, degli atleti, degli addetti ai lavori e di quei pochi appassionati italiani che avevano avuto la fortuna di assistervi.

La Professional Cup del 2011 non ebbe una seconda edizione capace di raccoglierne il testimone. E questo è forse l'aspetto più sorprendente della sua storia.

Negli anni successivi il Brazilian Jiu-Jitsu ha conosciuto una crescita enorme, anche in Italia. Sono aumentati i praticanti, le accademie, le competizioni, la visibilità internazionale e l'interesse per il professionismo. Biella stessa ha continuato a ospitare appuntamenti importanti nel panorama delle discipline di lotta e del Jiu-Jitsu.

Eppure, quell'esperimento rimane un episodio difficilmente replicabile per ambizione, formula e concentrazione di grandi nomi.

La BJJ Professional Cup fu una di quelle rare occasioni in cui qualcuno riuscì a vedere prima degli altri quello che sarebbe successo dopo.

Forse il suo limite fu proprio quello di essere arrivata troppo presto. Forse mancavano le condizioni economiche e culturali per trasformarla in un appuntamento stabile. O forse, semplicemente, non si riuscì a trovare chi avesse la volontà, le risorse e la determinazione per ripetere un'impresa del genere.

Resta il fatto che nel maggio del 2011, a Biella, un maestro italiano poco conosciuto dal grande pubblico riuscì a portare il mondo del Brazilian Jiu-Jitsu sotto lo stesso tetto, mettendo in palio una cifra che allora sembrava fantascienza.

Non fu soltanto un torneo. Fu una dichiarazione d'intenti, un esperimento di professionalizzazione e una scommessa sul futuro di uno sport che in Italia doveva ancora trovare la propria strada.

Nel maggio del 2011, a Biella, un maestro italiano tirò fuori dal cilindro un evento che sembrava arrivare dal futuro. Il futuro, poi, arrivò davvero. Ma quella magia, almeno per ora, non si è più ripetuta.



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