sabato 21 marzo 2026

Quali comportamenti premiamo, quali tolleriamo e quali scegliamo di non vedere?

 

Nelle sue riflessioni a margine del caso Epstein, il professore Andrea Zhok invita a diffidare sia dell’idea rassicurante di una bontà naturale dell’essere umano, sia della tesi opposta di una sua malvagità intrinseca. La realtà, sostiene, è più semplice e più scomoda: in ogni società, in ogni epoca, esiste una percentuale relativamente costante di individui moralmente malriusciti  privi di empatia, inclini alla manipolazione, incapaci di contenere impulsi distruttivi. Il punto decisivo non è la loro esistenza, ma il modo in cui i contesti sociali reagiscono a queste caratteristiche. Alcune forme di organizzazione riescono a contenerle e a relegarle ai margini; altre, al contrario, finiscono per valorizzarle.


Quando in una società la menzogna, la manipolazione, l' abuso di potere, l' assenza di empatia smettono di essere stigmatizzate e iniziano a facilitare il successo e la carriera, è lì che quella minoranza  acquisisce visibilità e potere. Il caso Epstein, letto in questa chiave, non è semplicemente la storia di un “mostro isolato”, ma l’esempio di un sistema che ha permesso a certe devianze di prosperare.

Zhok fa notare come dinamiche simili siano note in ambiti molto diversi tra loro: dalla speculazione finanziaria, dove l’assenza di empatia può diventare un vantaggio competitivo, fino alla guerra o alle fasi di demonizzazione pubblica, in cui la disumanizzazione dell’altro viene premiata. In questi contesti, chi è empatico o pone limiti morali tende a essere marginalizzato; chi invece è disposto a oltrepassarli viene promosso.

Se spostiamo lo sguardo sugli sport di combattimento e sul Brazilian Jiu-Jitsu in particolare, è difficile non riconoscere meccanismi analoghi, pur con tutte le differenze di scala e di gravità. Accademie dove il rapporto maestro–allievo è fortemente asimmetrico possono diventare ambienti in cui certi tratti caratteriali vengono selezionati e amplificati.  In questi ambienti, le persone empatiche spesso restano ai margini, mentre aggressività, freddezza emotiva e carisma tossico, culto della personalità vengono incentivati.

I casi di abuso sessuale e di abuso di potere che emergono ciclicamente nel mondo del BJJ dovrebbero essere letti anche alla luce di queste dinamiche. 

Riprendendo Zhok, il problema non è negare che negli sport di combattimento, come in ogni altro ambito umano, esistano persone moralmente problematiche. Il problema è chiedersi se i nostri ambienti le stiano contenendo o esaltando. Il BJJ vuole presentarsi come una disciplina educativa, formativao solo performativa? La domanda scomoda è questa: quali comportamenti premiamo, quali tolleriamo e quali scegliamo di non vedere?



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