Ringrazio Giuseppe Giardullo, autore di uno studio sull'approccio ecologico dinamico nel Brazilan Jiu-Jitsu, per aver accettato di scrivere un post sull'argomento:
"Negli ultimi anni, chi frequenta il mondo del Brazilian Jiu Jitsu si sarà sicuramente imbattuto in un termine che ricorre sempre più spesso: Ecological Dynamics.
C'è chi lo considera il futuro dell'insegnamento, chi invece lo guarda con sospetto, quasi fosse l'ennesima moda destinata a scomparire nel giro di pochi anni. Come spesso accade, credo che la verità stia nel mezzo.
Da praticante, da insegnante di arti marziali e da ricercatore ho avuto la fortuna di osservare il Brazilian Jiu Jitsu da prospettive diverse. Questo mi ha portato a una convinzione maturata nel tempo: non esiste un metodo giusto e uno sbagliato. Esistono strumenti diversi, ognuno con una propria funzione.
Per anni abbiamo imparato il Jiu Jitsu attraverso un modello che possiamo definire prescrittivo. L'istruttore mostrava una tecnica, gli allievi la ripetevano decine di volte, cercando di riprodurre il movimento nel modo più preciso possibile. È il metodo con cui sono cresciute intere generazioni di praticanti e sarebbe intellettualmente scorretto pensare che oggi debba essere improvvisamente accantonato. Anzi, senza quella fase di apprendimento analitico probabilmente nessuno riuscirebbe a costruire delle basi tecniche solide, il problema nasce quando pensiamo che basti questo.
Chiunque abbia trascorso qualche anno sul tatami conosce bene quella sensazione, durante il drilling una tecnica sembra funzionare alla perfezione, i movimenti sono fluidi, tutto appare semplice, poi inizia lo sparring e quella stessa tecnica sembra improvvisamente sparire. L'avversario cambia ritmo, oppone resistenza, rompe le distanze, modifica continuamente gli equilibri e ciò che fino a pochi secondi prima sembrava naturale diventa improvvisamente difficile.
È in quel momento che ci rendiamo conto di una cosa molto semplice, il combattimento reale non è mai identico all'esercizio che abbiamo ripetuto. Ed è proprio da questa osservazione che prende forma l'approccio ecologico-dinamico, che molti lo descrivono come una rivoluzione.
Personalmente preferisco considerarlo un cambio di prospettiva, in realtà le sue basi teoriche non sono affatto recenti. Già negli anni Cinquanta James Gibson iniziò a sviluppare una teoria della percezione completamente diversa da quella dominante, sostenendo che il movimento non nasce dall'esecuzione meccanica di uno schema motorio, ma dall'interazione continua tra individuo e ambiente.
Negli anni successivi questi concetti si sono evoluti grazie ai contributi della teoria dei sistemi dinamici e, più recentemente, grazie agli studi di Keith Davids, probabilmente il principale riferimento internazionale dell'Ecological Dynamics applicata allo sport.
Ho avuto il piacere di ascoltare Davids durante una conferenza scientifica alcuni anni fa. Ricordo che la cosa che più mi colpì non fu tanto la complessità delle sue teorie, quanto la loro straordinaria semplicità quando venivano riportate sul campo. L'idea di fondo era quasi disarmante: il cervello non deve imparare a ripetere una soluzione, ma a trovare continuamente la soluzione migliore.
Se ci pensiamo bene, il Brazilian Jiu Jitsu è probabilmente uno degli sport che più si presta a questa visione, ogni avversario rappresenta un problema diverso, indifferentemente dal suo livello.
Ogni presa modifica completamente le possibilità di azione, ogni transizione cambia le informazioni che il nostro sistema percettivo riceve, non esistono due combattimenti uguali.
Per questo motivo allenare soltanto la ripetizione della tecnica rischia, a un certo punto del percorso, di non essere più sufficiente. L'approccio ecologico non insegna semplicemente una tecnica, costruisce un ambiente nel quale quella tecnica può emergere spontaneamente, questo è forse il concetto che più spesso viene frainteso.
Molti immaginano che un allenamento ecologico significhi lasciare gli atleti liberi di fare ciò che vogliono, in realtà accade esattamente il contrario. L'istruttore progetta con estrema attenzione ogni esercizio, modificando alcuni elementi del contesto, può ridurre lo spazio, cambiare il tempo disponibile, limitare l'utilizzo di una presa, imporre un obiettivo specifico oppure creare una situazione di svantaggio.
Sono questi vincoli, che in letteratura vengono chiamati constraints, a guidare l'apprendimento. L'atleta non riceve continuamente la risposta, bensì è costretto a cercarla. Ed è proprio questa ricerca che genera apprendimento. Queste riflessioni sono state anche il punto di partenza del nostro studio recentemente pubblicato su Frontiers in Psychology, nel quale abbiamo confrontato un programma di allenamento tradizionale con uno costruito secondo i principi dell'approccio ecologico-dinamico.
I risultati hanno mostrato miglioramenti più marcati nello sviluppo rapido della forza, nella reattività e nella riduzione del distress percepito negli atleti che avevano seguito il protocollo ecologico. Tuttavia, il messaggio più importante che emerge dalla ricerca non è che il metodo tradizionale debba essere sostituito, è esattamente il contrario. La mia esperienza mi porta a credere che il futuro dell'insegnamento del Brazilian Jiu Jitsu non appartenga né ai sostenitori del metodo prescrittivo né ai sostenitori dell'Ecological Dynamics.
Appartiene agli istruttori che conoscono profondamente entrambi gli approcci, perché la tecnica va insegnata, ma, a un certo punto deve anche imparare a vivere. Ed è proprio lì che l'approccio ecologico mostra tutta la sua forza, esattamente nel momento in cui il praticante smette di eseguire movimenti imparati a memoria e inizia davvero a adattarsi al combattimento."
Dopo aver letto il post, ho chiesto a Giuseppe Giardullo:
«Tu ritieni che sia ancora utile insegnare le tecniche con il metodo prescrittivo e con il compagno collaborativo? Personalmente sono più propenso a sposare la prospettiva di Souders e a far provare sempre con un compagno non collaborativo. Da quando uso il CLA, i miei allievi migliorano tanto quanto, se non più di quando usavo il metodo prescrittivo, e in minor tempo. Quando sono prescrittivo, noto che riemergono le classiche domande di chi si sta sforzando in un compito mnemonico piuttosto che incarnato, del tipo: "Che presa devo fare?" oppure "Quale gamba devo prendere?".»
Questa è stata la sua risposta:
«Io ritengo che sia utile anche insegnare con il metodo prescrittivo, non solo per convinzione personale, ma anche sulla base dei dati scientifici. Non esistono differenze conclamate: esistono casi in cui un metodo prevale sull'altro. Insegnare con un compagno non collaborativo sarebbe il massimo, ma dipende dal divario tecnico tra i due, dalla predisposizione dei soggetti e da molte altre variabili che, in alcuni casi, potrebbero persino risultare deleterie per l'apprendimento.
Non esiste una tecnica giusta o un approccio migliore in assoluto: esiste ciò che funziona in un determinato momento e in un determinato contesto. Anche io preferisco l'approccio ecologico, ma è una questione di gusti e convinzioni personali; non ritengo di essere nessuno per stabilire dei dogmi.»









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