mercoledì 17 giugno 2020

Waldemar Santana il figlio bastardo della famiglia Gracie

Waldemar Santana nasce a São Salvador il 28 ottobre 1929. Ha un'infanzia umile e piena di privazioni. Lavora  come marmista ma sin da giovane dimostra uno spiccato talento per la boxe e una gran voglia di affrancarsi dalla sua condizione di povertà.  All'età di 18 anni inizia ad allenarsi nella luta livre e nel jiu jitsu con il professor José Arapiraca, presso il Club nautico di São Salvador.

All'inizio degli anni '50 Waldemar lascia la sua città natale per tentare la fortuna A Rio nella palestra della famiglia Gracie.  Helio ben presto si accorge delle sue doti atletiche è le sfrutte per allenare i suoi  migliori allievi ma Waldemar non ha lasciato Salvador  per pulire i bagni della palestra e per fare da sparring agli allievi bianchi di Helio, lui  vuole diventare un combattente professionista. Sa di essere l'unico nero nell'accademia e che davanti a se ha  Elio Vigio, João alberto, Carlson, Robson ma sa anche di essere uno dei migliori allievi dell'accademia e non aspetta altro che gli si presenti una buona occasione per farsi conoscere dal pubblico e dalla stampa.

All'inizio del 1955, sono passati cinque anni dal suo ingresso in accademia, finalmente a Waldemar si presenta l'occasione tanto sperata. il giornalista Carlos Renato, che lavorava per il quotidiano Ultima Hora e forniva servizi di consulenza all'accademia Gracie, vedendo che Waldemar voleva mostrare il suo talento, lo incoraggiò ad accettare una lotta con Biriba, un pugile che partecipava ad incontri di catch (lotta combinata) al Palácio de Alumínio ma che in quell'occasione avrebbe disputato con Waldemar una lotta vera in cambio di una borsa in denaro. 

Hélio non permetteva ai suoi allievi di accettare lotte combinate perché oltre che il loro maestro si considerava anche il loro manager. Una volta venuto a sapere dell'incontro di Waldemar non volle nemmeno sapere se il suo allievo  aveva accettato solo perché aveva bisogno di soldi e lo espulse dall'accademia su due piedi.

Su suggerimento di Carlos Renato, che poi sarebbe diventato il suo manager, Waldemar si convinse che la migliore vendetta contro Hélio sarebbe stata sul ring. H
élio andò su tutte le furie quando lesse la lettera dell'ex allievo sul giornale Correio da Manha ed accettò la sfida che gli aveva lanciato. Waldemar diceva di sentirsi umiliato e che voleva dimostrare di essere il miglior combattente dell'Accademia, non un semplice sparring.

Forse fu un'idea di Carlos Renato quella di pubblicare la lettera di
Waldemar il 13 maggio, quando in Brasile si celebra l'abolizione della schiavitù, ma l'effetto fu quello sperato e infiammo l'opinione pubblica: sarebbe stato il duello tra il nero umiliato e il bianco oppressore! 

Hélio impose  alcune condizioni:  i due avrebbero combattuto in kimono, e il combattimento sarebbe andato avanti ad oltranza, senza rounds o pause. Una volta iniziato il combattimento sarebbe finito solo con un vincitore, senza pareggio. Le regole sarebbero state quelle del vale Tudo. Tutto permesso ad eccezione dei colpi bassi e delle dita negli occhi. Per Hélio, era chiaro che era una cosa personale: "Questa sarà una lotta di strada - disse Hélio alla stampa - se andiamo in cima al ring è solo per evitare di essere arrestati".

Tre giorni prima dello scontro, ad Hélio scoppia una brutta infezione ad un orecchio e fu costretto a  prendere la penicillina per via endovenosa per sopportare il dolore.
Helio, aveva già 42 anni ed erano tre anni che non combatteva, il suo entourage cercò di convincerlo a rimandare la lotta e ad allenarsi di più, ma Hélio fu irremovibile: "Il ragazzo mi insulta per i giornali e volete che io rinvii la lotta? Che esempio darei ai miei allievi?".

Il gran giorno è arrivato è il 24 maggio del 1955. Il ring fu allestito presso la palestra dell'Associação Cristä de Moços e fu presa d'assalto da una moltitudine di spettatori che la riempirono all'inverosimile. Per l'affollamento un settore delle gradinate cedette sotto il peso del pubblico ma per fortuna non ci furono  feriti.

Prima di iniziare la lotta l'arbitro lesse ad alta voce il regolamento: i due combattenti erano responsabili di tutto ciò che sarebbe accaduto, vale a dire gravi ferite e persino la morte. Quindi Carlos chiese la parola e fu fischiato quando disse che sarebbe stata una lotta tra il "bene" contro il "male". Il suo non fu un discorso ma piuttosto un avvertimento. Carlos dipinse  Waldemar come un traditore che si era allontanato dalla retta via e che quella lotta sarebbe servita di monito a tutti quelli che avessero avuto l'idea di imitare Waldemar.

In effetti, quello che sembrava essere un incontro facile per Helio, anche per i giornalisti che seguivano questo tipo di sport, si trasformò in un duello mai visto in Brasile. 


L'ex sparring dell'accademia Gracie però non aveva nessuna intenzione di interpretare il ruolo della vittima sacrificale. Con tutta la vigoria dei suoi 26 anni  dimostrò che tutto la tecnica al mondo - forse la migliore tecnica al mondo - ha il suo limite di fronte a una differenza di forza fisica e prestanza giovanile.


Con una testata, Waldemar gettò a terra Helio e iniziò a dominare la lotta. Dopo anni passati a bere dalla fonte del jiu-jtsu brasiliano, lo sfidante usò la stessa arma che i Gracie avevano usato per così tanto tempo: la pazienza. In una lotta senza tempo, Waldemar non aveva fretta. Nonostante la sua incredibile capacità di difendersi, Hélio non fu in grado di sopportare tutto il peso del suo avversario.

Il pubblico poté assistere a degli sporadici pugni, schiaffi e gomitate, ma l'intero incontro fu caratterizzato da una lotta di posizione, di resistenza con poco movimento. "Perché non mi picchi adesso?" Waldemar sussurra nell'orecchio di Helio, mentre gli sta dentro la guardia. Quella fu anche una lotta combattuta a livello mentale senza esclusione di colpi per far crollare psicologicamente l'avversario!

Di tanto in tanto uno dei due cadeva fuori dal ring e veniva respinto sopra dagli allievi dell'accademia Gracie che circondavano il ring. Tutti hanno ormai capito che sarebbe stata una faccenda che avrebbe tirato per le lunghe e così durante le pause di stallo il pubblico ne approfittava per andare a prendersi un caffé o a bersi una birra fresca.
 
Chi si attardò al chiosco delle bibite, quando erano trascorse quasi quattro ore, si perse il colpo finale di Waldemar che arrivò dopo l'ennesima proiezione inflitta ad Helio. Con la sua forza disumana, costruita in anni di duro lavoro in cava a spaccare pietre, Waldemar sollevò Hélio e lo lanciò violentemente sulle tavole del ring facendo trasecolare il pubblico ammutolito. Helio è stremato e non riesce a difendersi dal potente calcio che Waldemar gli sferra in pieno viso. Helio è semincosciente ma non si arrende, spetta quindi all'arbitro confermare la vittoria del discepolo sul maestro. Per il vincitore è la gloria e l'inizio di una sfolgorante carriera, per lo sconfitto l'umiliazione e la fine della sua carriera.

Sono passate tre ore e quattro minuti, è stata la lotta di MMA più lunga mai registrata. La leggenda vuole che anche l'Hora do Brasil, che era un notiziario radiofonico governativo che veniva trasmesso da tutte le stazioni radio del Brasile, venne interrotto per dare la notizia della sconfitta di Helio Gracie.


La lotta passò alla storia non solo perché vide la sconfitta del campione della famiglia Gracie ma soprattutto perché trasformò un giovane atleta dalla carnagione scura come l'ebano,  i cui avi erano stati portati in catene in Brasile per essere venduti come schiavi, in una celebrità nazionale e questo gli fece guadagnare  da quel giorno il soprannome di Leopardo Negro.

La foto sui giornali di Helio, con il viso deformato dai colpi ricevuti, fece scalpore nell'opinione pubblica che però, in questa occasione, si schierò con l'uomo nero umiliato dall'uomo bianco, che con quella vittoria si era riscattato. 

In una cronaca per il quotidiano Ultima Hora, lo scrittore e drammaturgo Nelson Rodrigues tradusse meglio di chiunque altro ciò che significò la sconfitta di Helio, questa volta non per mano di un campione giapponese di judo mondiale, ma per un ex allievo. A suo avviso, il muscoloso Waldemar era quello che ora rappresentava i deboli, un ruolo che era stato ricoperto da Helio nelle sfide precedenti:

"Ho visto persone serie, molto serie, piangere, singhiozzando tra i denti dalla gioia. All'inizio non ho capito questa generale euforia, questa profonda soddisfazione, questo delirio collettivo.  Era la rivincita tanto sognata del timido, del nervoso, dell'asmatico. Nel giorno della sua vittoria, ci fu gioia universale, sì i deboli si sentirono meno deboli, e meno umiliati".


La vittoria di Waldemar aiutò molto a diffondere il Jiu-Jitsu in Brasile, che si trasformò in una febbre nazionale, con la comparsa di centinaia nuovi atleti. Il leopardo nero apparve con una frequenza sorprendente nei media, era diveatato una stella di prima grandezza. Anche il fatto che fosse di Bahia, con una reputazione di capoeirista, pesava a suo favore.


Waldemar, a proposito della battaglia con Helio, poi disse che non avrebbe mai più accettato di  essere coinvolto in uno "spettacolo" come quello per la sua ferocia e mancanza di umanità. In quindici anni di lotte professionali, il "leopardo nero" non rifiutò alcuna sfida e affrontò tutti i migliori fighters del paese collezionando ben 286 combattimenti. Quando si trasferì a Brasilia fondò una grande accademia, l'Estação Esportiva Waldemar Santana e tenne lezioni di autodifesa presso l'Accademia federale di polizia. Waldemar Santana morì a Salvador, all'ospedale spagnolo, all'età di 54 anni, il 26 agosto 1984.
 

Fonti

"Filho teu não foge à luta"
Fellipe Awi

"Bahia, Terra da Felicidade"
Ubaldo Marques Porto Filho

2 commenti:

  1. Un pubblico che si infervora per uno spettacolo di Violenza esagerata ed inutile che ti puoi aspettare solamente da un paese del terzo mondo! Non sono esempi per nessuno! Solo spettacoli da circo di un passato dominato da povertà, avidità e soprattutto inciviltà!

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    1. Caro lettore anonimo il tuo commento non aggiunge nulla a questa ricostruzione storica di un evento sportivo avvenuto 70 anni fa e si limita solo ad un invettiva moralisitica. Se vogliamo spendere due parole sull'aspetto violento di un simile spettacolo sportivo si potrebbe dire che finché l'uomo non si affrancherà dalla sua animalità e non sarà in grado di dominarla la violenza, in tutte le sue forme, farà parte delle nostre vite e sarà anche fonte di spettaccolo. Molto probabilmente senza questi spettacoli il Jiu Jitsu Brasiliano non sarebbe diventato uno sport conosciuto e praticato a livello mondiale. Per essere conosciuto in tutto il mondo ha dovuto pagare questo tributo alla violenza. Questa è la storia, questa è la realtà oggettiva dei fatti. Il Jiu-Jitsu, un metodo di combattimento tra i più "umani", perché per imporsi può fare a meno di ricorere a colpi traumatici, ha dovuto lordarsi di sangue per dimostrare la sua efficacia.

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