mercoledì 11 dicembre 2013

Arti marziali tra mito e realtà

Soldato Russo prima della battaglia di Kursk

 «Jim aveva gridato ai suoi soldati di uccidere il cecchino, e loro, tutti insieme, colpo dopo colpo, avevano sparato verso l'alto. "Pare che questa sia una reazione comune quando dei soldati inesperti devono sparare ad un essere umano" disse Jim " Non è una cosa naturale sparare alle persone".

Ciò che Jim aveva visto concordava con alcuni studi fatti dopo la seconda guerra mondiale dal generale e storico militare S.L.A. Marshall. Il generale intervistò migliaia di soldati della fanteria americana e scoprì che solo il 15-20% aveva effettivamente sparato per uccidere. Gli altri avevano sparato in alto oppure non avevano sparato affatto, tenendosi impegnati in qualsiasi altro modo a loro disposizione.

Il 98% dei soldati che avevano sparato per uccidere aveva riportato traumi profondi per le proprie azioni. Gli altri, il restante 2%, furono definite "personalità psicopatiche aggressive", il che in pratica significava che non avevano problemi a uccidere in nessun caso, in patria o all'estero. La conclusione [...] del tenente colonnello Dave Grossman del Killology Research Center fu che "nel combattimento prolungato e inevitabile c'è qualcosa che spinge il 98% degli uomini alla follia; gli altri, il restante 2%, erano già pazzi prima di arrivare"». Dal libro "Capre di guerra" di Jon Ronson

Che non basti un ferreo addestramento per trasformare un essere umano in una fredda macchina da combattimento ce lo dimostra l'elevatissimo numero di reduci dell'esercito statunitense affetti dalla sindrome da stress post traumatico o "Post Traumatic Stress Disorder". 

Partendo da queste considerazioni, e trasferendoci in ambito civile, viene da chiedersi: chi insegna letali tecniche di difesa personale ha fatto i conti con la naturale ritrosia dell'essere umano ad infliggere reali danni ad un suo simile, anche quando si è giustificati moralmente perché aggrediti? E Insegnare l'uso di armi, e a colpire nei punti vitali per recare danni molto gravi ad un'aggressore è un modo corretto di intendere la difesa personale? Io dico di No!

A nulla serve sapere in teoria "101" modi per mettere fuori combattimento un ipotetico aggressore con letali tecniche da commandos se molte di queste sono inapplicabili contro un avversario non collaborativo.

Quello di cui abbiamo bisogno oggigiorno è seguire uno stile di vita sano, una dieta bilanciata, curare l'equilibrio fisico e mentale, e perchè no, un'arte marziale, come il Jiu-Jitsu, nel quale scaricare stress e tensioni, spurgare tossine e ritrovare il piacere del gioco, per affrontare con slancio e coraggio le sfide che la vita ci pone sul nostro cammino. Una volta diventati forti, flessibili, resistenti e tecnicamente preparati ci si accorgerà di essere anche in grado di difendersi liberi da miti, dogmi e fantasie marziali.

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